Emergenze e sussidi, ecco dove sono finiti i soldi della sanità

Con la diffusione del Covid-19, è tornata prepotente l’attenzione su tematiche trascurate da molto tempo: il diritto alla salute, l’efficienza dei sistemi sanitari, lo stato delle aziende del settore. La mancanza di mascherine, non solo in Italia ma in tutta l’Europa, ha evidenziato come negli anni la produzione sia stata completamente delocalizzata in paesi come la Cina o il Vietnam. Così come la scoperta di un’unica azienda di 35 dipendenti, la Siare Engineering, che produce ventilatori polmonari ha ricordato che il tessuto imprenditoriale italiano è costituito da Pmi che esportano poiché il mercato interno non assorbe la produzione. Oggi le aziende dei dispositivi medici continuano a lavorare cercando di aumentare la produzione ma con difficoltà in termini di sicurezza e di ricezione di forniture. “È il risultato di una politica che negli anni ha continuato a disinvestire – dichiara Massimiliano Boggetti, presidente di Confindustria Dispositivi Medici – il comparto dei dispositivi medici è stato completamente trascurato, non sono stati agevolati i processi di ricerca e sviluppo e i rapporti tra i medici ed il mondo industriale. Oggi ci si rende conto che conveniva avere una produzione interna e che la salute non è scontata ma ha bisogno di investimenti continui. Emerge il problema dell’Italia: la mancanza di una visione strategica”.

A settembre 2019 la Fondazione Gimbe ha pubblicato il rapporto “Il definanziamento 2010-2019 del Servizio Sanitario Nazionale” in cui emerge che al SSN sono stati sottratti circa 37 miliardi di euro: 25 miliardi nel periodo 2010-2015 in conseguenza di “tagli” previsti da varie manovre finanziarie, 12 miliardi nel periodo 2015-2019 in conseguenza del “definanziamento” che ha assegnato meno risorse rispetto ai livelli programmati. Nello stesso periodo il finanziamento pubblico è aumentato di soli 8,8 miliardi di euro, crescendo in media dello 0,90% annuo. Il rapporto indica la mancanza di un esplicito programma politico per il rilancio del SSN, anzi i governi hanno utilizzato le risorse della spesa sanitaria per fronteggiare le emergenze finanziarie e, nello stesso momento, hanno incrementato i sussidi individuali come il bonus 80 euro, il reddito di cittadinanza e quota 100 “con il solo (fallito) obiettivo di aumentare il consenso elettorale”. Il 50% dei 37 miliardi di euro sono stati “scaricati” su medici ed infermieri con la conseguenza di carenza del personale sanitario che non ha retribuzioni adeguate agli standard europei.

Una continua revisione al ribasso che colpisce anche le aziende. “L’Istituto Superiore di Sanità è il nostro referente, le centrali di acquisto puntano al prezzo più basso ma se si compra solo valutando il costo, si gioca su economie di scala – continua Boggetti – in questo modo le aziende non hanno la possibilità di competere sul mercato nazionale e sopravvivono grazie all’export”. Il settore dei dispositivi medici in Italia vale 16,5 miliardi di euro tra export e mercato interno e conta 3.957 aziende – 2.100 imprese di produzione, 1.655 di distribuzione e 202 di servizi – che producono e distribuiscono 1,5 milioni di dispositivi medici. Il comparto occupa 76.400 dipendenti altamente qualificati e specializzati. Il Sistema Sanitario Nazionale assorbe il 66% del mercato mentre il resto è rivolto all’export che registra una crescita costante negli ultimi 8 anni superando quota 5 miliardi di euro. I principali mercati di sbocco sono Usa, Francia e Germania.

È un settore ad alto contenuto tecnologico, su 334 start up il 40% sono innovative con una particolare attenzione al digital health. A Mirandola in Emilia-Romagna è presente il più grande polo biomedicale d’Europa con 100 aziende e più di 5.000 addetti, una realtà produttiva dagli anni ’60 che ha superato anche le difficoltà del terremoto del 2012. “Il governo deve comprendere l’importanza strategica di questo comparto – conclude Boggetti – e partire da alcune azioni per il rilancio: incentivare l’innovazione nei vari processi, creare un mercato di sbocco italiano ed investire per i piani di sviluppo delle imprese. I cittadini ora sanno che non si muore per l’immigrazione ma per un virus, devono comprendere le priorità e la politica deve stabilire le linee guida”.

Pubblicato su Econopoly – Il Sole 24 Ore

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