Che fine fanno i quasi 6 miliardi per la trasformazione digitale della PA?

Trentacinque miliardi di euro per la PA e venticinque miliardi di euro per le imprese. Tanto vale l’impatto economico della trasformazione digitale nella Pubblica Amministrazione secondo le stime del Politecnico di Milano, con ricadute positive per i cittadini e le aziende che avrebbero dei benefici grazie allo snellimento e alla semplificazione della burocrazia. Ma a che punto è l’Italia? Secondo il Digital Economic and Society Index (DESI), l’indice che misura lo stato di attuazione dell’Agenda Digitale nei paesi europei, nel 2019 l’Italia si è collocata al 24° posto su 28 seguita solo da Bulgaria, Romania, Grecia e Polonia. Nonostante molte iniziative, programmi a livello nazionale e locale, leggi ad hoc, sono ancora molti i ritardi soprattutto relativi alle competenze digitali e all’uso di internet, rispetto a paesi che sono simili all’Italia per dimensioni e caratteristiche socio-economiche come Germania, Francia e Spagna.

Le risorse economiche ci sono. La PA gestisce 5,8 miliardi all’anno per la trasformazione digitale di cui 1,65 miliardi di euro annui messi a disposizione dall’Europa dal 2014 ad oggi ma fino al 2018 l’Italia ha speso meno del 16% delle risorse disponibili. Lo stesso discorso vale a livello locale. Le regioni hanno un budget di 1,1 miliardi di euro e, anche in questo caso, è stato utilizzato solo il 16%, esclusa la Sardegna che ha speso il 62% delle risorse. Per poter accedere a questi fondi le autorità competenti (regioni, ministeri ed agenzie ministeriali) devono presentare alla Comunità europea dei programmi operativi ma i progetti sono ancora pochi e si portano a compimento con difficoltà.

Come si legge nel rapporto della Corte dei Conti: “Gli sforzi messi in campo hanno portato più ad un ripetuto cambiamento di organizzazione delle varie strutture centrali preposte che ad effetti rilevanti”. Il principale problema è rappresentato dalla frammentazione in termini di governance: troppi soggetti coinvolti, ripetuti interventi legislativi, competenze parcellizzate, duplicazione degli interventi e mancata integrazione dei servizi sviluppati. E se questa è la situazione a livello nazionale, risulta ancora più critica quella locale considerata l’autonomia di Regioni e Comuni che spesso non fanno fronte comune con gli obiettivi nazionali. Vengono così in mente le parole di Diego Piacentini, ex vicepresidente di Amazon voluto da Matteo Renzi nel 2016 alla guida del Team digitale, che a fine mandato disse: “Innovare la PA con le attuali risorse e strutture? Missione impossibile”. Il principale problema individuato da Piacentini era l’assoluta incapacità all’interno della PA di gestire i processi, ad ogni livello.

L’ultimo passaggio di competenze è avvenuto lo scorso 31 dicembre con la conclusione delle attività del Team Digitale e l’avvio del Dipartimento per la Trasformazione Digitale che ha assorbito il Piano Triennale 2019-2021 e rilanciato un nuovo programma: “2025 – Strategie per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione del Paese”. L’obiettivo è sempre lo stesso: realizzare una società digitale. Eppure i benefici per i cittadini sono ancora residui. Nel 2014 è nato il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) con l’obiettivo di consentire ai cittadini di accedere ai servizi online delle Pubbliche amministrazioni tramite un’unica identità digitale. Il livello di realizzazione attuale è di circa 4 milioni e 800 mila identità SPID erogate e 4.000 amministrazioni attive.

Per semplificare la gestione dei dati anagrafici della popolazione è stata istituita l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR). Il processo riguarda tutti i 7.954 Comuni italiani ma solo 1.620 utilizzano la piattaforma a causa dell’elevato numero di banche dati e dei numerosi software usati (circa 50). All’inizio del 2018 erano state distribuite solo un milione e mezzo di Carte d’identità elettroniche (CIE) utili per l’identificazione fisica dei titolari ma rilasciate su supporto informatico. Oltre il numero esiguo di diffusione delle carte, è da notare un paradosso: i tempi di attesa per il rilascio possono essere anche di alcuni mesi mentre i documenti di identità su carta vengono dati in tempo reale. Costata 12 milioni di euro, nel 2011 è stata istituita PagoPA, la piattaforma unica dei pagamenti pubblici italiani per rendere più semplici e trasparenti i pagamenti dei cittadini verso la Pubblica amministrazione. Ad oggi il sistema ha ottenuto 10 milioni di pagamenti andati a buon fine ma le amministrazioni attive sono 14.378 e solo 3.492 hanno portato a termine almeno un pagamento.

Per permettere ai cittadini di archiviare e personalizzare la propria storia clinica, è stato lanciato il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) che raccoglie tutte le informazioni e le cartelle mediche anche di strutture diverse. Allo stato attuale 11 milioni di cittadini hanno un fascicolo personale con 239 milioni di referti digitalizzati a fronte di una spesa pari a 1,2 miliardi di euro nel 2017 a livello regionale. Dal 1° gennaio 2019 esiste l’obbligo di Fatturazione elettronica che ha coinvolto 1 milione di titolari di partite IVA con 119 milioni di fatture elettroniche. Il costo stimato per il periodo 2013-2018 è di circa 13 milioni ed è riferito solo all’Agenzia delle Entrate.

Un altro punto dolente è Consip, società nata nel 1997 e completamente partecipata dal Ministero dell’economia e delle finanze, che ha tra gli altri il compito di razionalizzare gli acquisti nelle PA. Anche in questo settore emergono alcune criticità come le violazioni delle condizioni di contratto da parte delle imprese che non ricevono sufficienti controlli, la mancanza di informazioni, la non competitività dei prezzi. Inoltre una procedura di gara può durare da 11 a 24 mesi, ciò significa che, considerando la veloce evoluzione delle tecnologie, si acquistano prodotti già vecchi e a prezzi non più concorrenziali.

Pubblicato su Econopoly – Il Sole 24 Ore

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