Bieco opportunismo o diplomazia? Apple e le altre tra dazi e Cina

Tim Cook, ceo di Apple, è diventato presidente del Consiglio di amministrazione della Tsinghua University, la più importante università di Pechino. “Nei prossimi tre anni lavorerò con gli altri membri del Consiglio per promuovere lo sviluppo della Tsinghua University e per trasformarla in una università di rilevanza mondiale”, ha dichiarato Cook. La nomina è particolarmente interessante perché dà una idea precisa dei rapporti tra Pechino e i più influenti uomini d’affari del mondo in un momento in cui le tensioni e gli equilibri commerciali hanno raggiunto i massimi livelli.

Basti pensare ad alcuni dei nomi inclusi nel Consiglio di amministrazione della Tsinghua nel periodo 2018-2019. Tra i decision makers cinesi appare il nome del Vice Premier Liu He e del governatore della Banca centrale Yi Gang ma, tra gli altri, spiccano i nomi dei fondatori delle big tech: Jack Ma, fondatore di Alibaba, Pony Ma di Tencent, Mark Zuckerberg di Facebook (anche se è stato assente per due volte consecutive), Elon Musk di Tesla, Masayoshi Son di SoftBank. Così non è difficile immaginare che gli incontri non riguardino esclusivamente lo sviluppo della prestigiosa università ma siano utili per consolidare rapporti ed affari.

In particolar modo la nomina di Tim Cook arriva in un momento di grandi cambiamenti per la Apple in Cina e la strategia sembra da una parte consolidare la sua posizione, dall’altra preparare la sua uscita dal Paese. Sebbene la Repubblica popolare cinese rappresenti uno dei principali mercati con un fatturato di 3 miliardi di dollari al mese per la produzione di iPhone, la stretta dipendenza della Apple alla manifattura cinese sta diventando un problema da risolvere a seguito della battaglia dei dazi tra Stati Uniti e Cina.

La battaglia commerciale che Donald Trump ha lanciato contro Huawei ha avuto delle inevitabili ripercussioni sui dazi doganali e sulle tariffe di componenti dei dispositivi hardware assemblati in Cina come appunto iPhone, iPad e Mac. Durante una cena con il presidente americano, Tim Cook aveva evidenziato la difficoltà per Apple di pagare tariffe sulla componentistica cinese e, nello stesso tempo, di rimanere competitivi rispetto ad altri operatori come Samsung che produce soprattutto in Corea del Sud. Trump aveva quindi deciso di rinviare l’introduzione di dazi su questi prodotti dal 1° settembre al 15 dicembre.

La data si avvicina ma la situazione rimane vulnerabile considerate le continue negoziazioni tra Pechino e Washington (si oscilla tra possibili nuovi rinvii e, all’opposto, inasprimenti minacciati dal presidente degli Stati Uniti). Come diretta conseguenza e per ridurre i possibili impatti, secondo la Nikkei Asian Review, Apple ha incominciato a muoversi per spostare la produzione – dal 15% al 30% di tutti gli iPhone – al di fuori della Cina in paesi come Vietnam, Malesia, Indonesia e Messico. Il piano per la delocalizzazione prevede però alti costi per il trasferimento della produzione ed un periodo di almeno 2-3 anni.

La nomina di Tim Cook arriva poi in concomitanza con l’accusa alla Apple di sottomettersi alle richieste del governo cinese con l’unico obiettivo di salvaguardare il proprio business. L’azienda di Cupertino ha infatti rimosso dall’Apple store una app che permetteva ai manifestanti di Hong Kong di tracciare i luoghi di protesta e i movimenti della polizia. Tim Cook ha difeso la decisione, era ormai diventato uno strumento pericoloso che non tutelava gli utenti. Ciò è valsa una lettera di condanna da parte di un gruppo bipartisan dagli Stati Uniti, compresi Alexandria Ocasio-Ortez ed il senatore Ted Cruz, sollecitando la Apple a non sottostare alle istanze di Pechino e a revocare la censura di oltre 2.200 app in Cina.

Si leggono parole dure: “Crediamo che la diplomazia e il commercio possano essere utili per un processo di democratizzazione. Ma quando un governo repressivo si rifiuta di evolvere o, invece, rafforza (le sue convinzioni, ndr), la cooperazione può diventare complicità”. Cook si muove in un contesto di equilibri precari, cerca di tutelare gli affari della Apple e mantenere i rapporti con Pechino. La nomina alla Tsinghua University – che da aprile 2018 ha avviato a BovisaTech una piattaforma in comune con il Politecnico di Milano per favorire la collaborazione sul fronte della ricerca e dell’innovazione tra Italia e Cina – è la giusta occasione per lavorare al fianco dei leader cinesi e, come aveva già dichiarato in passato, di apportare dei cambiamenti piuttosto che aspettarli.

La compagine del Consiglio di amministrazione denota anche che la politica e l’innovazione sono sempre più correlate e le continue controversie tra Stati Uniti e Cina sono per la lotta alla leadership in ambito tecnologico.

Pubblicato su Econopoly – Il Sole 24 Ore

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