La via stretta seguita da Pechino nel gestire il problema di Hong Kong

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Le proteste pro-democrazia di Hong Kong, da parte di migliaia di manifestanti organizzati che chiedevano maggiore indipendenza da Pechino, rappresentano un passaggio delicato per la Cina. Qualunque sia la conclusione di questa vicenda, la crisi di Hong Kong ha messo a dura prova la capacità politica del Presidente Xi Jinping, che in questa occasione ha dovuto dimostrare la sua lungimiranza e saggezza come uomo politico. Sembra che il Presidente abbia seguito e monitorato in prima persona la situazione, cercando di non incorrere negli stessi errori commessi dai suoi predecessori.

Scegliere di reprimere in modo violento la rivolta avrebbe provocato effetti difficilmente prevedibili. In molti hanno paragonato le attuali dimostrazioni alla protesta di Piazza Tienanmen: pur essendo avvenuta nell’ormai lontano 1989, il ricordo è vivido in patria come all’estero. La foto del ragazzo che da solo si oppose al passaggio dei carri armati, è ancora oggi uno dei simboli più forti e significativi che rievoca come il governo fosse disposto a reprimere la manifestazione a tutti i costi. Per questo gli abitanti di Hong Kong considerano l’invio dei carri armati come l’espressione anche materiale delle tendenze autocratiche di Pechino, e naturalmente un segnale di delegittimazione della ex colonia britannica come regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese.

Nello stesso tempo, anche la più piccola concessione può essere interpretata come un segno di debolezza di Xi Jinping (considerato finora un leader imperturbabile e sicuro di sé) e soprattutto l’indiretta ammissione che le proteste di massa siano la giusta modalità per ottenere dei risultati in termini di aperture democratiche. Raggiungere un compromesso con Hong Kong è un elemento destabilizzante per quella visione della politica interna incentrata a mantenere “l’armonia”, un concetto antico che è tuttora il cardine su cui si fonda la stabilità e l’equilibrio della società. Anche nella fase del boom economico, il primo pensiero delle autorità cinesi è stato promuovere la coesione della popolazione per evitare proteste e sommosse che potessero indebolire il potere centrale. Al tempo stesso, però, agli occhi della comunità internazionale Xi Jinping deve dimostrare che la Cina è cambiata ed è pronta al dialogo, pur non volendo “perdere la faccia” – la “mianzi”, altro concetto fondamentale nella cultura cinese. Dunque, l’uomo al vertice del potere a Pechino deve muoversi lungo un binario molto stretto.

Se le proteste fossero avvenute in una città della Cina continentale, il Presidente cinese non sarebbe stato così tollerante, ma Hong Kong è fondamentale proprio a causa della sua apertura politica e finanziaria. L’ex colonia britannica è conosciuta a livello globale per la sua crescita economica, per l’alto livello di istruzione, per un sistema giurisdizionale indipendente, oltre che per una delle più efficienti reti di infrastrutture. Decima potenza commerciale e terza piazza finanziaria nel mondo, l’economia di Hong Kong è un modello di capitalismo e al contempo la porta di accesso del business internazionale da e verso la Cina.

Eppure, da quando nel 1997 è avvenuto il passaggio dalla Gran Bretagna alla Cina, l’impatto di Hong Kong sull’economia cinese è gradualmente diminuito: da oltre un sesto del PIL cinese, è sceso al 3% del PIL registrato lo scorso anno. I rapporti di forza si sono quindi modificati, Hong Kong si è indebolita in termini relativi, diventando strettamente indipendente con la Repubblica Popolare, che continua a crescere con un ritmo intorno al 7%. Si parla così di “cinesizzazione” della provincia, determinata dal trasferimento di molte aziende continentali: Hong Kong ha quindi perso parte del suo potere negoziale, proprio mentre ha permesso alla Cina di crescere finanziariamente, favorendo l’internazionalizzazione dello yuan e la sua introduzione sui mercati globali.

È chiaro che, rispetto alla sintesi “Un paese, due sistemi”, per Pechino la priorità è “un paese” mentre per Hong Kong è “due sistemi”. Secondo la formula voluta da Deng Xiaoping, alla Cina spettano i compiti di politica estera e difesa, mentre viene permesso all’ex colonia britannica di operare in autonomia da un punto di vista amministrativo fino al 2047. La Cina vuole mantenere e rafforzare la propria sovranità, mentre Hong Kong non vuole rinunciare alla sua identità pluralista e internazionale. Xi Jinping si trova quindi ad un bivio tra i legami con il passato e le prospettive per il futuro. Gestire in modo creativo le peculiarità di Hong Kong significa investire nella ulteriore trasformazione e modernizzazione della Repubblica Popolare; ma ciò richiede gradualità e compromessi delicati per non destabilizzare questo enorme paese. D’altro canto, Xi Jinping può far leva su un grande elemento di forza:

il successo e lo sviluppo della Cina nel suo complesso sono visti come la conferma che la strada intrapresa dal Partito, dove il capitalismo convive con una forma di comunismo di Stato, è la scelta giusta e la via da perseguire.

Pubblicato originalmente su Aspenia

 

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