Steve Blank: “Passione, visione e lavorare duro”

STEVE BLANK 600X400_1

In Silicon Valley, Steve Blank è considerato un guru e tra i 10 top influencer. In 21 anni ha fondato 8 startup hi-tech tra cui E.piphany, Zilog e Ardent. Poi ha deciso di ritirarsi e mettere a disposizione degli altri la sua esperienza attraverso l’insegnamento alla Stanford, alla Columbia e alla Berkeley e i suoi libri.

Il suo successo è stato il frutto di un duro lavoro e conosce ogni aspetto della Silicon Valley: la storia ufficiale, i segreti, le caratteristiche per una vera cultura dell’innovazione e dell’imprenditoria. Osservando centinaia di startup, ha notato che nei casi di successo o di fallimento si ripetevano sempre le stesse dinamiche e ha deciso di elaborare una personale teoria diventando il pioniere delle “Lean Startup”. Una metodologia che determina minori possibilità di fallimento, come spiega Steve Blank nel suo articolo “Why the Lean Startup Changes Everything”, pubblicato questo mese nella versione italiana della Harvard Business Review. In questa intervista, Steve Blank parla della sua esperienza in Silicon Valley, del suo viaggio nel mondo dell’innovazione in Cina e del significato di fallimento.

Cosa rende la Silicon Valley un posto così unico per le imprese?
La cultura del rischio. E’ la differenza principale tra gli Stati Uniti e l’Europa. Gli americani non hanno paura di fallire e sono pronti ad assumersi dei rischi, è una questione culturale, è nel loro dna. Sicuramente è un’eredità del passato quando gli antenati non conoscevano ancora il paese e si avventuravano per esplorare. Ancora oggi si sentono come i cowboys, cioè pronti a rischiare e ad intraprendere nuove esperienze.

Quali sono i benefici di operare in un ecosistema del genere?
Molti enfatizzano la Silicon Valley ma in realtà non è un posto dove c’è la gente più intelligente, è solo più coraggiosa con la voglia di rischiare. Sono presenti piccoli cluster industriali o società che hanno deciso di andare in Silicon Valley perché possono facilmente trovare investitori. Imprenditori e venture capitalist sono riusciti a creare un ecosistema autosufficiente e indipendente. Non hanno paura di rischiare perché gli imprenditori sono come gli artisti che per creare e innovare devono fare dei tentativi.

Eppure molti paesi stanno cercando di diventare centri di innovazione…
La cultura imprenditoriale è presente in molte città d’Europa: Londra, Amsterdam, Mosca, Barcellona. L’America guarda al futuro ed è per questo che c’è più ottimismo mentre l’Europa è troppo presa ad analizzare cosa è successo nel passato.

E’ recentemente stato in Cina e in Giappone per vedere lo stato dell’innovazione. Che impressione ha avuto?
Anche in Asia ci sono delle differenze. La Cina guarda al futuro mentre il Giappone al passato. La cultura giapponese è diventata monolitica mentre Pechino è stata davvero una sorpresa. Se nel resto del mondo si parla di quale sarà la prossima Silicon Valley, Pechino è già una Silicon Valley. Sono riusciti ad estromettere Google dalla Cina, hanno copiato il modello di business e lo hanno riadattato alle esigenze del paese. Con un miliardo e trecento milioni di persone, la priorità è seguire con attenzione gli sviluppi del mercato interno.

La Cina si sta sviluppando in modo del tutto diverso rispetto ad altri paesi.
L’importante per la Cina è creare e mantenere un Great Firewall, in modo da impedire l’ingresso o l’uscita di innovazione. Il successo economico della Cina ha permesso al governo di costruire un capitalismo senza democrazia e giustizia. La paura più grande è l’implosione del sistema, è come l’epoca del fascismo in Italia. E’ diffusa la propaganda e la censura, sono capaci di far sparire anche le parole dai motori di ricerca. In queste condizioni in Cina non ci sarà mai uno Steve Jobs.

Lei è il fondatore del metodo Lean Startup. Può spiegare di cosa si tratta? Pensa sia il metodo migliore da adottare?
Quando qualcuno dice, che la sua è la soluzione migliore, significa che vuole venderti qualcosa. Per questo dico che il metodo Lean Startup è uno dei migliori, un’affermazione che è il risultato di un’esperienza diretta. In 21 anni ho realizzato 8 startup e il consiglio che davano era di scrivere un business plan, considerando le startup versioni più piccole delle grandi aziende. Invece, è completamente sbagliato. Il business plan può essere valido per le grandi società che già conoscono i loro clienti mentre per le startup il passo iniziale è avviare un contatto con i futuri clienti per verificare la fattibilità del progetto.

Come ha avuto questa idea?
Il ruolo degli imprenditori e degli startupper è molto diverso e gli universitari dicevano che è importante l’esecuzione. Anche Facebook ha seguito un processo e usato le best practice che altri ripetevano nello stesso modo. I casi di successo sono stati casuali. Avevo notato che si seguiva sempre lo stesso metodo ma nessuno lo aveva mai documentato. Per descrivere il procedimento, ho scritto un libro e uno dei miei allievi Eric Ries lo ha seguito.

Cosa dovrebbe fare chi vuole fondare una Lean Startup?
Il metodo comprende tre passi. Prima di tutto, gli startupper non dovrebbero incominciare da un Business Plan ma dalla ricerca di un Business Model. Solo dopo aver ricevuto feedback e sperimentato, si avrà un modello su cui lavorare. In secondo luogo, la strategia prevede il Customer Development in cui testare le ipotesi e verificare il successo del business model. Infine la fase di Engineering, che prevede uno sviluppo snello ed efficace. In Silicon Valley, molte startup, soprattutto web e mobile, hanno iniziato a seguire questo metodo avendo così più tempo e soldi a disposizione.

Ha parlato di decentralizzazione all’accesso del finanziamento. Potrebbe spiegare cosa intende?
L’innovazione, ad esclusione della Cina, sarà globale. Un esempio è Kickstarter che è già una piattaforma di crowdfunding a livello mondiale. Sono ottimista perché le persone sono entusiaste e i giovani possono essere i protagonisti di un cambiamento. Oggi vogliono creare, fino a 20 anni fa volevano protestare e bruciare. C’è una grande differenza rispetto alle generazioni del passato, prima anche se avvesero voluto innovare non avevano a disposizione gli strumenti.

Se dovesse dare un consiglio ai giovani startupper?
Passione, visione e lavorare duro. In particolar modo, l’ultimo aspetto è importante per realizzare un progetto. Qual è la parola inglese per indicare il fallimento? Experience. Negli Stati Uniti non significa fallire perché una sconfitta fa parte di un processo, è un modo per conoscere. I ragazzi sanno di poter fallire e di avere la possibilità di riprovare. Hanno la cultura per capire che comunque si impara qualcosa.

Pubblicato originalmente su StartupItalia!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...