Zero Robotics, italiani in orbita

Ha vinto il liceo Fermi di Padova. Al secondo posto il liceo Democrito di Roma. È tutta italiana la conclusione di Zero Robotics, competizione lanciata dal Politecnico di Torino, dall’Università di Padova, dal Massachusetts Institute of Technology (Mit) e dalle Agenzie Spaziali Europea (Esa) e Italiana (Asi), che nel 2012 ha visto per la prima volta la partecipazione delle scuole superiori europee. Un concorso rivolto agli studenti di licei scientifici e istituti tecnici che dovevano creare programmi per il controllo di satelliti chiamati Spheres. I ragazzi si sono sfidati a colpi di algoritmi e di nozioni di informatica e robotica ma la competizione è stata molto di più. Un modo per condividere idee con gli altri, lavorare in gruppo, confrontarsi con studenti di tutte le parti del mondo e raggiungere obiettivi concreti.

Gli studenti italiani prima della premiazione

Gli studenti italiani prima della premiazione

L’Italia prima nella classifica europea

Zero Robotics ha così scardinato i luoghi comuni che di solito vengono attributi alle scuole italiane e un esempio è il liceo scientifico Democrito di Roma. Giunti in finale insieme al team Why Not Pinin dell’istituto tecnico Pininfarina di Moncalieri, nel corso della competizione sono arrivati al primo posto nella classifica delle scuole europee. Tanti gli ingredienti per arrivare al risultato. A partire dalla lungimiranza della preside, fino all’impegno dei professori e l’entusiasmo dei ragazzi. «Sono entusiasta di questa esperienza», afferma Paola Bisegna, preside del Democrito. «Non mi aspettavo tali risultati, quando abbiamo deciso di partecipare al concorso. In questi mesi ho visto anche il percorso che hanno compiuto gli studenti, un’esperienza che li ha fatti crescere».

Attività ad alto contenuto tecnologico

Per mettere a punto il codice richiesto, la squadra del Democrito ha lavorato in orari extra scolastici, di notte per controllare le azioni dei loro “rivali” americani e durante i periodi di vacanza. E poi riunioni settimanali, incontri virtuali con le altre squadre europee, appuntamenti su Skype in inglese. «Abbiamo lavorato tanto», racconta Renato Macchietto, professore di matematica e fisica del Fermi. «Basti pensare che abbiamo presentato il codice finale alle 5.57 del mattino quando il bando scadeva alle 6. I ragazzi hanno lavorato tutta la notte e poi sono andati a scuola, pieni di entusiasmo». Alla fine sono partiti per l’Esa anche se, nonostante le dichiarazioni di intenti che spesso si ascoltano di puntare sull’istruzione, non hanno a disposizione risorse economiche che possano permettere ai ragazzi di partecipare a questo tipo di attività, seppure ad alto contenuto tecnologico e formativo.

Più di 10 nazione e circa 250 scuole in gara

Qual è stato il risultato di tutto questo lavoro? Sicuramente la soddisfazione di essere all’Esa presso la base Estec (European Space Research and Techology Centre) di Noordwijk nei Paesi Bassi. Alla finale hanno partecipato un centinaio di studenti mentre al concorso inizialmente erano iscritte più di 10 nazioni con 25 scuole per ognuna. Poi la possibilità di vedere robot e shuttle che vengono utilizzati nello spazio, pensando a questa dimensione in modo un po’ più reale e vicina rispetto all’ignoto e al mistero che di solito viene attribuito. Infine, per una giornata intera, gli studenti hanno ascoltato le spiegazioni sui programmi dell’ESA e sul funzionamento di robot e visto dei video sulle missioni spaziali. Un’esperienza unica per dei ragazzi di età compresa tra i 14 e i 19 anni.

Gli studenti europei all'ESA

Gli studenti europei all’ESA

Percorso formativo oltre la robotica

Se si chiede però cosa gli è rimasto di questa esperienza, la prima risposta è di avere conosciuto nuove persone e lavorato con loro, oltre lo stupore di essere entrati in contatto con un mondo nuovo. Si ha così la netta percezione che il concorso è stata anche l’occasione per un percorso formativo molto più complesso come la scuola è chiamata a fare. Si tratta di ragazzi che vanno dal primo all’ultimo anno di liceo ma giocando hanno imparato a relazionarsi, trovare soluzioni ai problemi e collaborare. Un gioco che ha richiesto il lavoro di mesi con risultati sorprendenti. Discutono di robotica e informatica in modo del tutto naturale utilizzando termini specifici e, se necessario, in inglese.

Nozioni di fisica per muovere i satelliti

Con soddisfazione anche della preside e dei professori. In questi mesi i ragazzi sono cresciuti e hanno acquisito un bagaglio di conoscenze e di informazioni difficili da imparare in modo astratto. Per gestire queste Spheres (Synchronised Position Hold, Engage, Reorient, Experimental Satellites), che sembrano delle palle da bowling per la loro forma sferica di circa 40 cm di diametro, hanno imparato nozioni di fisica e provato algoritmi. Hanno imparato che, tramite i loro propulsori e i computer, queste Spheres sono importanti per la manutenzione e l’assemblaggio dei satelliti, al punto che sono già utilizzati dalla Nasa, e hanno sviluppato nuovi codici.

Le fasi di Zero Robotics

La competizione si divideva in tre fasi. La prima riguardava la simulazione in cui gli studenti avevano la possibilità di provare i loro codici in un mondo virtuale su server del Mit, durante la seconda si è passati al 3D. In seguito sono incominciate le eliminazioni mentre le squadre rimanenti potevano allearsi tra loro per sperimentare algoritmi fino alla creazione di un codice per spostare i satelliti. Infine, la finale all’Esa dove le scuole ammesse hanno provato i loro codici utilizzando i robot-spheres in un ambiente a gravità zero. Per la parte europea erano presenti le scuole di Italia, Germania, Portogallo e Spagna mentre in collegamento dal Mit le scuole americane provenienti da Washington, Texas, New York e Indiana.

Futuri scienziati e ignegneri

L’impegno dell’Esa per la formazione degli studenti si può racchiudere in una frase che risuona durante la presentazione: Education is the key to our future. In questo contesto si sviluppa Zero Robotics, una competizione per catturare l’attenzione e l’interesse degli studenti. Studiare lo spazio ma soprattutto far comprendere che con le scoperte ottenute si può migliorare la vita sulla terra sono gli obiettivi da raggiungere. C’è quindi grande interesse a formare gli scienziati e gli ingegneri di domani coinvolgendo i ragazzi in prima persona.

Sabato, 12 Gennaio 2013

Pubblicato originalmente su Lettera43

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