Sicurezza e diritti umani i “nodi” della nuova Libia

Jamahirya. E’ l’appellativo con cui Gheddafi decise di nominare la Libia dopo il colpo di Stato del 1969. Una parola scritta sui vecchi passaporti e sulla parte destra delle targhe automobilistiche ma, dopo la rivoluzione, molti libici hanno deciso di cancellarla anche se rimane il problema di non sapere quale nome dare al paese. La nuova Libia deve avere un governo con una struttura organizzata, redigere la Costituzione e farla approvare, un’operazione che avrà come conseguenza più probabile la creazione di una struttura centrale con autonomie locali. Il primo ostacolo riguarda la duplice scelta di designare i 60 membri dell’Assemblea Costituente o dare la possibilità al popolo di eleggere direttamente i costituenti. Dicono da Tripoli che “un’elezione non sarebbe auspicabile, poiché significa almeno altri 7-8 mesi di stallo, ma i libici stanno dimostrando un grande entusiasmo per queste votazioni, pur comprendendo che avere due assemblee potrebbe rallentare il processo di cambiamento e le decisioni urgenti da adottare”. Il post-Gheddafi mostra una situazione frammentata tra tribù, milizie e un nuovo governo che ha molte questioni da affrontare in questo delicato passaggio.

La sicurezza è l’attuale priorità perché senza non è possibile garantire la ripresa economica e favorire il ritorno delle imprese estere in Libia. Così come la questione del disarmo riveste una priorità assoluta. Molte milizie sono cadute nell’anarchia, un passo da compiere è cercare accordi con i capi mentre è ancora molto alto il numero delle armi in circolazione. “E’ tutto un problema di politica interna” – sottolinea il senatore Alfredo Mantica – “non è possibile che continui questa condizione di guerra e di esplosioni, non conviene a nessuno. Bisogna trovare un accordo ma la realtà è che esistono grandi tribù legate a Gheddafi e Bengasi è il focolare di estremisti libici”. “Esistono un centinaio di radicali salafiti che operano sotto il comando di al-Qaeda in Cirenaica, luogo che detiene l’80% delle risorse libiche” – confermano ambienti diplomatici a Tripoli – “Per favorire un vero cambiamento, la nuova Libia deve dimostrare maggiori attenzioni per questa realtà. Gheddafi ha lasciato uno stato senza organizzazione, una popolazione narcotizzata dai sussidi che rappresentano il 30% del Pil del paese che, nella migliore delle ipotesi servono ai cittadini per sopravvivere mentre, nella peggiore, i libici non traggono alcun beneficio e vengono utilizzati per sovvenzionare la criminalità organizzata”.

L’immigrazione clandestina è una piaga del paese, come ricorda il senatore Marco Perduca “dalla Libia arrivano anche i sudanesi, i somali, i ghanesi e i siriani, quindi il problema più grave è riportare in patria i cittadini non libici. Occorre però prendere una strada diversa rispetto al passato, intavolare discussioni e, se necessario, fare richieste affinché le condizioni siano rispettate”. Già nel Trattato di amicizia del 2008 era prevista la realizzazione di un sistema elettronico e satellitare per controllare i confini, da affidare a società italiane con competenze tecnologiche. I costi sarebbero stati divisi a metà tra l’Italia e l’Unione europea, interessata a contribuire poiché in questo modo sarebbe stato più semplice monitorare i flussi migratori e l’immigrazione clandestina. Poi tutto si è fermato a causa del conflitto ma, anche dopo il crollo del regime, gli accordi sottoscritti non sono stati ripresi. “Sono due le misure più urgenti da adottare” – sottolineano da Tripoli – “prima di tutto la lotta all’immigrazione attraverso l’utilizzo della tecnologia, ripristinando il progetto Selex, ostacolato dalle condizioni al sud che, se non migliorano, non permettono la realizzazione delle costruzioni necessarie; poi il controllo delle frontiere marittime perché oggi i libici non hanno i mezzi per monitorare il mare”. Sembra che sul contrabbando si stiano facendo passi in avanti ma ancora non è stata ratificata la Convenzione di Ginevra del 1951 sul rispetto dei diritti umani e sullo status di rifugiato inoltre, anche se il governo attuale mostra una posizione di apertura verso i diritti dell’uomo, sul territorio la realtà è complessa. Per esempio i libici, molto scuri di carnagione e nati al sud, hanno vita difficile dato che i mercenari al soldo di Gheddafi erano neri. I libici vivono quindi in una situazione di disordine dovuta, oltre alla situazione politica interna, ad un sistema voluto da Gheddafi di sussidi molto alti a cui corrispondono salari bassi. Ora è arrivato il momento di invertire la tendenza e offrire ai cittadini delle condizioni di vita adeguate che ne garantiscano l’indipendenza e possano creare occupazione tra i più giovani. Un compito delicato sarà quello di guidare la popolazione in questo passaggio e ciò potrà avvenire solo in una fase post-Costituzione.

Mercoledì, 19 dicembre 2012

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