Libia: dopo la guerra che fine ha fatto il Trattato?

“Credo sia urgente che l’Italia riprenda il suo posto nel Mediterraneo con una sua iniziativa, un suo profilo” ha dichiarato Pier Luigi Bersani quando, il giorno dopo aver vinto le primarie, è volato in Libia, anche se il viaggio era stato organizzato in precedenza. Il 21 gennaio scorso, Mario Monti ha scelto la Libia come meta del suo primo viaggio ufficiale all’estero. Una visita difficile e svolta con estrema cura, la definiscono ambienti diplomatici, durante la quale furono ripresi tutti i trattati che legano i due paesi e che terminò con la firma congiunta con il premier libico Abdel Rahim al Kib della Dichiarazione di Tripoli per “rafforzare l’amicizia e la cooperazione nella cornice di una nuova visione dei rapporti bilaterali”. Ora a che punto è la situazione? Che fine ha fatto il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione sottoscritto a Bengasi nel 2008? Una cosa è certa: la Libia rappresenta per l’Italia un paese strategico e viceversa. Sono innegabili i legami storici e geografici che uniscono i due paesi e gli osservatori internazionali sono ottimisti, prevedendo buone prospettive a medio e lungo termine ma la situazione attuale è complessa. Dopo 42 anni di dittatura e la frattura della rivoluzione, non è facile far ripartire il paese sulla via di una stabilizzazione democratica e di un equilibrio sociale. La Libia è ferma, gli accordi sembrano validi solo sulla carta, eppure qualcosa sembra muoversi nei rapporti con l’Italia.

Uno dei punti fondamentali e controversi del Trattato di Bengasi era l’impegno da parte dell’Italia di costruire infrastrutture in Libia, la principale compensazione per il passato coloniale italiano. Secondo il documento, l’Italia si impegnava a realizzare in Libia progetti infrastrutturali per una spesa complessiva di 5 miliardi di dollari, suddivisa in venti anni per un importo annuale di 250 milioni di dollari. In realtà il vero obiettivo di Gheddafi era la costruzione dell’autostrada costiera che avrebbe attraversato la Libia dal confine tunisino a quello egiziano per una lunghezza di oltre 1.700 km. “Il grande gesto era appunto la costruzione dell’autostrada costiera” – conferma Andrea Catalano della Direzione generale per gli Affari Politici e di Sicurezza al ministero degli Esteri – “c’era stato un appalto ed era stata assegnata una commessa per la costruzione del primo tratto di autostrada poi, a causa della rivoluzione, tutto si è bloccato per due anni anche per l’incapacità da parte delle autorità transitorie libiche di prendere una decisione”. In occasione del recente incontro con il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, il ministro libico per la cooperazione Abdel Aziz ha confermato la volontà politica per la realizzazione e sembra che nelle prossime settimane ci sarà la firma del contratto. “Il valore del contratto è tra gli 800 milioni e un miliardo” – fanno sapere da ambienti diplomatici vicini a Tripoli – “l’assegnazione andrà al consorzio guidato da Saipem, così come già previsto prima della rivoluzione”. Non mancano i problemi per garantire la sicurezza per le aziende estere. Non è semplice mandare un ingegnere sul posto, i costi sono molto alti ed inoltre i territori devono ancora essere sottoposti allo sminamento.

Un’altra questione rimasta in sospeso del Trattato italo-libico riguarda i crediti delle aziende italiane nei confronti delle amministrazioni ed enti libici che ammontano a 620 milioni di euro. Il nuovo esecutivo ha affermato di voler rispettare gli accordi internazionali e si è detto disposto a pagare ma i tempi saranno sicuramente lunghi. Spiega Catalano – già inviato speciale in Libia dell’ex ministro Frattini durante la guerra – che “le piccole e medie imprese avevano chiesto al governo italiano di pagare i crediti ma, anche per la situazione economica attuale, era impossibile che si facesse carico del pagamento così come non può interferire nell’impiego dei fondi libici congelati”. Oltre alle grandi aziende, sono molte le imprese che lavorano in Libia anche in partnership con gli enti locali. Gli investimenti riguardano la società mista T.B.Co., costituita da Iveco con il Ministero dell’Industria libico, per l’assemblaggio di veicoli pesanti, o la joint venture Liatec, costituita dalla società Agusta con partner libici, per la manutenzione e l’assemblaggio di elicotteri. “C’è tutto l’interesse da parte dei libici di far ripartire le produzioni delle imprese estere nel paese e ciò dovrebbe avvenire in tempi brevi” – dicono da Tripoli – “rappresentano un valore aggiunto per la Libia che si pone l’obiettivo di diversificare la produzione e chiede all’Italia di essere presente in questo processo. Già lo siamo ma sicuramente lo saremo sempre di più”.

L’Eni invece sembra percorrere una strada diversa, in poco tempo è riuscita a riprendere le attività, anche perché non ha subito gravi danni alle infrastrutture. Durante il conflitto, per circa 8 mesi erano state sospese le esportazioni di gas attraverso il gasdotto GreenStream, ripristinate poi alla fine del 2011. Oggi si erogano 240 mila barili di olio al giorno e, secondo le previsioni, per il 2013 si tornerà agli stessi livelli di produzione precedente al conflitto con 280 mila barili di olio. Inoltre, sono state riprese le attività esplorative con la perforazione di un pozzo situato nel bacino di Sirte, a 300 km a sud di Bengasi. Ed è solo il primo di una serie di pozzi previsti in un programma di esplorazione per il prossimo anno.

Domenica, 16 dicembre 2012

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