La grande corsa della Corea del Sud

Hyundai, Samsung e LG sono ormai noti marchi coreani ma ciò che più sorprende è la velocità con cui sono riusciti a realizzare profitti tanto da essere considerati dai produttori concorrenti un pericolo per la leadership mondiale futura. Questi conglomerati industriali sono noti con il nome di chaebol, a indicare famiglie che controllano grandi imprese supportate e incoraggiate dai finanziamenti del governo. Un sistema adottato dagli anni ’60 che ha permesso in pochi decenni di trasformare la Corea del Sud in una delle principali economie mondiali al punto che oggi si colloca al tredicesimo posto per Pil su scala globale e al quarto in Asia dopo Giappone, Cina e India. Per arrivare a questi risultati, il paese asiatico ha deciso di puntare sulla qualità dei prodotti, dando grande importanza alla tecnologia, all’innovazione e al design e mantenendo, nello stesso tempo, prezzi competitivi. Attualmente i sudcoreani sono i maggiori esportatori di prodotti elettronici e di automobili, basta considerare che solo nel 2010 la Hyundai-Kia ha venduto 5,7 milioni di pezzi, aumentando la propria sfera di influenza sia in Europa che in Cina.

Oltre ad essere considerata all’avanguardia nel settore scientifico e tecnologico, la Corea del Sud vanta una larga diffusione dell’Ict come dimostra anche l’utilizzo di cellulari e di internet da parte dell’80% della popolazione. La banda larga è considerata una delle più efficienti e veloci al mondo, nonostante ciò è in sperimentazione un progetto che prevede di introdurre nel 2012 una connessione ad un gigabite al secondo, superando di gran lunga le capacità delle connessioni americane ed europee. Gli studenti poi non dovranno più portare pesanti zaini. Il Ministero dell’educazione, della scienza e della tecnologia ha stanziato oltre due miliardi di dollari per sostituire, entro il 2015, i libri scolastici con testi in formato digitale, garantendo la distribuzione di e-book agli alunni, la copertura degli istituti scolastici con reti WiFi e l’apprendimento a distanza. Aumenta così il desiderio dei coreani di essere aggiornati riguardo le nuove tecnologie, di avere la possibilità di provare televisori in 3D, nuovi sistemi di videoconferenze, videogiochi e robot, ma ciò è possibile anche grazie agli investimenti di Seoul nell’ambito dell’hi-tech.

La propensione per l’innovazione parte da lontano come dimostra la decisione del governo coreano di creare nel 1971 il KAIST (Korea Advanced Institute of Science and Technology), composto da un team di ingegneri e scienziati coreani educati negli Stati Uniti, con lo scopo di supportare l’industrializzazione del paese. Il successo ottenuto nel corso di questi anni da questo centro accademico per lo sviluppo di progetti di ricerca è dimostrato dai numeri: 8.998 laureati, 7.067 dottorati, 3.046 dottorati di età inferiore ai 30 anni, 368 start up nel settore dell’hi-tech avviate da studenti, oltre a premi e pubblicazioni su prestigiose riviste di scienza e tecnologia. L’obiettivo è posizionarsi tra le dieci migliori università del settore nel mondo ma l’attenzione nel selezionare gli studenti, nell’organizzare i piani di studio e nel garantire la continuità tra l’università e il mondo del lavoro, dimostra ancora una volta l’intenzione dei coreani di puntare sull’innovazione e sulla formazione dei giovani per avere un ritorno economico per tutto il paese. E probabilmente non è un caso che l’attuale presidente, Lee Myung-bak, abbia un background in ambito economico con anni di esperienza alla Hyundai che gli hanno fatto guadagnare il soprannome di “Bulldozer”. Nel suo programma politico ha poi dato priorità all’economia, assicurando la crescita della Corea del Sud, diminuendo la disoccupazione giovanile e creando i presupposti per incrementare la competitività.

Queste scelte politiche hanno portato a risultati eccellenti che non sono passati inosservati all’occhio attento degli economisti. Jim O’Neill, analista della Goldman Sachs e noto per la creazione dell’acronimo BRIC, ha già ridefinito i mercati emergenti e ha indicato i nuovi paesi che nei prossimi anni avranno enormi prospettive di crescita con il termine MIKT (Messico, Indonesia, Corea del Sud e Turchia). La Corea del Sud sembra infatti avere i parametri necessari per essere inclusa tra le potenze del futuro: il Pil è cresciuto con una media annuale del 5%, il reddito medio pro capite è di 20.000 dollari all’anno, la popolazione ha raggiunto i 50 milioni di abitanti. A supporto del ruolo sempre più predominate che ricopre la Corea del Sud, arriva anche il rapporto “Global Development Horizons 2011 – Multipolarity: The New Global Economy”, pubblicato dalla Banca Mondiale che l’ha inserita nell’elenco delle sei potenze economiche che dal 2025 avranno un peso pari ad oltre la metà della crescita mondiale e aiuteranno nello sviluppo i paesi più poveri attraverso il commercio transfrontaliero e le transazioni finanziarie. Secondo lo studio, telecomunicazioni, computer e prodotti elettronici, servizi tecnici e scientifici sono ancora una volta considerati gli ambiti dove potrà esserci un vantaggio competitivo delle aziende e quindi un ulteriore sviluppo del paese.

Le aspettative dunque sono alte ma non impossibili e, raggiungere una visibilità a livello mondiale, per la Corea del Sud significa avere una rivincita poiché è da sempre schiacciata dal peso di due potenze come il Giappone e la Cina. La prima occasione di una maggiore apertura verso l’esterno è avvenuta con la sottoscrizione dell’accordo di libero scambio tra la Corea del Sud e l’Unione europea, entrato in vigore il 1° luglio, con cui sono state eliminate le tariffe su beni e servizi per incrementare il commercio. Solo nelle prime due settimane, il volume dell’interscambio ha registrato un aumento del 17,4% rafforzando la posizione dell’Ue, secondo partner economico dopo la Cina con 92 miliardi di dollari nel 2010. Il paese asiatico sarà poi sotto i riflettori mondiali grazie a due eventi: l’Expo di Yeosu del 2012 e le Olimpiadi invernali del 2018. Nel primo caso sarà difficile uguagliare i risultati e le cifre record dell’Expo di Shanghai ma i coreani sono già a lavoro per accogliere i 98 paesi che fino ad ora hanno confermato la loro partecipazione e soprattutto progettare un piano urbanistico fruibile per i turisti anche al termine della manifestazione. Per quanto riguarda le Olimpiadi, il governo di Seoul si aspetta un ritorno economico considerevole e il budget del comitato organizzatore è di 1,53 miliardi di dollari a cui si aggiungeranno investimenti per 6,3 miliardi di dollari, di cui quasi la metà per la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità.

Ovviamente i coreani hanno accolto con entusiasmo la notizia di ospitare i giochi invernali che rappresentano un’opportunità per la creazione di almeno 230.000 posti di lavoro e un sospiro di sollievo per il presidente Lee Myung-bak in difficoltà con il malcontento che agita la popolazione. Contro il governo, sono scesi in piazza oltre 8.000 manifestanti per fermare l’accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud, chiedere la diminuzione delle tasse e l’aumento degli stipendi minimi, pari a 4,320 won (circa 4 dollari) per ora. Non si fermano nemmeno le proteste contro lo strapotere dei conglomerati industriali che, se da una parte hanno arricchito il paese, dall’altra nascondono corruzione e mancanza di trasparenza. Subito dopo l’assegnazione delle Olimpiadi, è inoltre arrivata la richiesta, respinta dal Comitato olimpico internazionale, della Corea del Nord di poter partecipare all’organizzazione dell’evento. Un rifiuto che potrebbe compromettere un’eventuale ripresa dei rapporti tra le autorità di Seoul e il regime nordcoreano, attualmente inesistenti a causa delle ambizioni nucleari della Corea del Nord, che si sono rivelate con i test missilistici, e dell’affondamento della corvetta Cheonan che ha provocato la morte di 46 marinai sudcoreani.

Pubblicato originalmente su East

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