La corsa verso la modernità

Copiare è un’arte, almeno per i cinesi. Un tempo, un’artista veniva riconosciuto tale se era in grado di riprodurre alla perfezione un’opera, compiendo in questo modo un tributo al suo maestro e riconoscendo l’alto valore artistico di chi lo aveva preceduto. Un concetto importante nella cultura cinese che spiega la distanza con l’Occidente e la divergenza di opinioni sulla contraffazione, considerata invece un reato. In passato l’imitazione era limitata a dipinti, sculture e poemi; poi è arrivata la copia di prodotti: borse, scarpe, cellulari, computer, farmaci e giocattoli. Tutto è diventato riproducibile e una grande quantità di merci ha invaso i mercati mondiali con i relativi benefici per la competitività dell’economia della Cina, che nel giro di qualche decennio è diventata una potenza a livello globale, a danno però degli altri paesi.

Ora lo scenario è cambiato

Si è costituita la classe media, sono aumentati i consumatori e, soprattutto, il governo ha capito che, per mantenere alti i tassi di crescita, deve adottare delle misure strategiche per incrementare i consumi interni e per promuovere il progresso delle scienze e tecnologie. Entrano così in gioco altri concetti come la proprietà intellettuale, la difesa dei marchi e il diritto d’autore, la cui introduzione è necessaria per compiere il passo successivo per lo sviluppo.

In una parola, la Cina ha bisogno di innovazione e ora tutti gli sforzi sembrano andare in questa direzione. La svolta del modello economico cinese è evidente nel dodicesimo piano quinquennale (2011-2015) in cui si sottolinea che il successo dipenderà dallo sviluppo delle scienze e delle tecnologie e dalla capacità innovativa del paese, e si sostiene che è arrivato il momento di un passaggio dal “Made in China” al “Designed in China”. Di qui le accuse e le paure degli occidentali che si chiedono: in quale modo i cinesi potranno proporre delle idee innovative quando sono solo in grado di imitare? La risposta, in linea con la tradizione orientale, è che solo copiando il lavoro di un maestro, il discepolo è in grado di sviluppare uno stile personale. Nonostante ciò, in questi anni il governo è riuscito ad attirare numerosi investitori esteri, affascinati anche dalla prospettiva di un mercato caratterizzato da grandi numeri e ricchezza, ma spesso si sono sentiti sfruttati. Ricevendo informazioni sulle tecnologie e sulle innovazioni avviate negli altri paesi, i cinesi sono stati capaci di riprodurle in modo fedele a prezzi più competitivi, stracciando la concorrenza. Gli stranieri ormai hanno imparato e non si fidano, così prima di commercializzare in Cina cercano maggiori tutele per le tecnologie e le innovazioni da presentare; i cinesi intanto hanno capito che è il momento di invertire il trend.

Secondo una ricerca pubblicata da Thomson Reuters, i brevetti registrati sono passati dai 171.000 del 2006 ai 314.000 del 2010, la Cina è diventata il primo paese al mondo per il deposito di nuovi marchi, superando gli Stati Uniti e il Giappone. In prospettiva, si prevede che nel 2015 si raggiungerà la cifra di 500.000 brevetti, seguiti dai 400.000 americani e dai 300.000 giapponesi. Certo, è un segnale delle trasformazioni che si stanno verificando, ma non bisogna dimenticare che il governo offre numerosi incentivi alle aziende che vogliono brevettare e poco importa se in realtà si tratta solo di impercettibili modifiche a progetti già esistenti. A fronte di sovvenzioni che vanno da decine a centinaia di milioni di yuan, le innovazioni vengono brevettate in tempi record senza particolare attenzione alla durata e alla qualità della ricerca o al rispetto degli standard qualitativi a livello internazionale. Un discorso simile vale per le innovazioni provenienti dalle università che ricevono investimenti dal governo, riuscendo così a scalare la graduatoria delle migliori nel mondo accademico, proprio in base al numero di brevetti e non di pubblicazioni. In ogni caso, le innovazioni sono concentrate in un segmento molto piccolo, provengono da aziende grandi, giovani, orientate alla ricerca e sviluppo e con un team di esperti focalizzato sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. La chiave del successo è da ricercarsi nella capacità della Cina di rimanere aggiornati sulle eccellenze tecnologiche esistenti a livello globale in modo da adattare le innovazioni alle esigenze del mercato. Non è poi da tralasciare un’ulteriore caratteristica: battere tutti sul tempo, andando più veloci degli altri.

Modello della città di Suzhou

Chi è stato in Cina lo sa, i ritmi sono frenetici. Non c’è quindi da meravigliarsi se solo nel 2010 i fondi investiti in ricerca e sviluppo sono stati pari a 700 miliardi di renminbi e il commercio in tecnologia ha raggiunto i 400 miliardi di renminbi. Dal 1999 oltre 1.300 istituti di ricerca sono diventate imprese competitive sul mercato e le 56 zone hi-tech sono state le protagoniste di una rivoluzione industriale avvenuta nel paese. Hanno ricevuto investimenti pari a diecimila miliardi di yuan, racchiudono il 50% delle migliori aziende cinesi con 700 laboratori e centri di ricerca, e offrono lavoro a otto milioni di cinesi. In tempi record il territorio ha subito dei profondi cambiamenti con l’implementazione di parchi scientifici e tecnologici e la trasformazione di normali città in poli urbani di grandi dimensioni. Un esempio è Suzhou, nella provincia dello Jiangsu. Con dieci milioni di abitanti, è uno dei principali centri dello sviluppo economico cinese, nato dalla collaborazione di Pechino con Singapore che per trasformare la città hanno deciso di investire dieci milioni di dollari all’anno. Il progetto è stato affidato ad uno studio americano che in 18 mesi ha pianificato una megalopoli ad alta concentrazione tecnologica capace di attirare aziende estere ma anche professionalità di alto livello. Su una superficie di 250.000 metri quadri esiste una concentrazione di università e di studi di ricerca che ospitano 78.000 studenti provenienti anche dall’estero e che hanno a disposizione strumenti diversificati per attuare progetti in ogni parte del mondo.

L’altra faccia della medaglia è il costo sociale poiché per creare una città nuova è stato necessario spostare milioni di abitanti, costretti a lasciare le loro case e a trasferirsi al di fuori del centro storico. Il flusso di cinesi che in questi anni si è mosso all’interno del paese è enorme con conseguenze sulla qualità della vita, in quanto le città non erano ancora preparate ad accogliere un numero così elevato di migranti. Alle periferie delle megalopoli urbane sono stati costruiti palazzi con decine di piani dove è immaginabile vivere senza mai avere un contatto con i propri vicini, dato il considerevole numero di appartamenti e quindi di famiglie che vi abitano. Il governo non è pronto ad offrire servizi necessari, come un sistema sanitario adeguato, così come la creazione di nuovi posti di lavoro difficilmente è coincisa con le dovute tutele dei diritti dei lavoratori. Si sono moltiplicate le opportunità di lavorare nell’ambito delle tecnologie ma i cinesi non hanno ancora un livello di istruzione che permette il dovuto inserimento e aspettano di beneficiare di standard più alti di welfare. Ancora oggi, la maggior parte delle aziende non riesce a confrontarsi con le frontiere dell’innovazione e ad esporsi alla concorrenza internazionale per cui deve puntare sulla formazione dei giovani che spesso vengono incentivati a compiere un percorso di studi all’estero ed attirare le eccellenze tecnologiche presenti negli altri paesi. Non è poi da sottovalutare la pressione che il governo cinese opera nel mondo economico, il forte potere sulle imprese, oltre alla capacità di indirizzare le risorse nella direzione voluta.

Continuare a dipendere dalla tecnologia proveniente dall’estero a lungo termine significa il declino della Cina che invece ha bisogno di incrementare la sua capacità innovativa. Pechino ha adottato una politica aggressiva per accelerare il processo di innovazione e sviluppare l’hi-tech, con ingenti capitali investiti. Il dodicesimo piano quinquennale indica che il governo è disposto ad intervenire con 4 trilioni di renminbi (circa 600 miliardi di dollari) ed individua sette settori ritenuti prioritari: energia, protezione dell’ambiente, biotecnologie, nuovi materiali, IT, produzione di dispositivi aerospaziali e veicoli puliti a basso consumo energetico. Secondo le stime, dovrebbero incrementare il Pil dell’8% entro il 2015 e influire in un duplice modo: sul tema della crescita sostenibile e nel soddisfare le ambizioni della Cina di aumentare i vantaggi competitivi. Proteggere l’ambiente ed aumentare l’efficienza energetica sono due priorità per il paese, il governo ha deciso di puntare sulla differenziazione incrementando il nucleare e, nello stesso tempo, l’energia eolica e solare. Tre trilioni di renminbi saranno investiti per consolidare le imprese che si occupano di estrazione di carbone, anche se poi il governo è intenzionato a ridurre le emissioni di anidride carbonica e di incrementare le foreste; entro il 2015 saranno presenti nel paese almeno 25 centrali nucleari e, nello stesso anno, si prevede la costruzione di un milione di veicoli elettrici.

Da quando la parola d’ordine è diventata innovare, la Cina sta facendo il possibile per diventare concorrenziale anche in questo ambito. Con la ricchezza di cui dispone è in grado di attrarre gli investimenti esteri, con lo scopo di studiare le eccellenze tecnologie e le idee innovative per arrivare allo stesso livello degli altri Paesi, e in seguito superarli. Tutto ciò rappresenta una ottima opportunità per le aziende straniere che, con le dovute cautele in materia di proprietà intellettuale e difesa dei marchi, potrebbero confrontarsi con un modo diverso di intendere la competitività.

Pubblicato originalmente su East

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