Crisi, la cultura fa Pil

La cultura è sviluppo sia in termini di crescita personale sia di impatto sull’economia di un Paese. È innegabile, lo dimostrano anche dati e studi. Per questo motivo non si spiega perché in Italia, ammirata a livello internazionale per il suo patrimonio artistico e culturale, la questione sia stata relegata ai margini per lungo tempo fino ad arrivare alla situazione attuale.

I musei sono abbandonati, i siti archeologici cadono a pezzi, i dipinti sono chiusi a chiave nei magazzini, mentre tutto ciò potrebbe essere il traino dell’economia italiana e un modo per permettere ai cittadini di usufruire delle bellezze del proprio Paese, riscoprendone la parte migliore. Inoltre potrebbe essere una buona opportunità per i giovani perché la cultura potrebbe creare occupazione e dare spazio alla creatività e a progetti innovativi.

L’Italia vanta un patrimonio culturale immenso

Un possibile circolo virtuoso

La crisi c’è. E si sente. La priorità oggi è far quadrare i conti, lasciando da parte il superfluo e guardando soprattutto al presente. Spesso con poca prospettiva. Ma se si iniziasse a pensare a medio e lungo termine, sarebbe inevitabile considerare la cultura uno dei principali settori strategici su cui puntare. Il patrimonio culturale italiano è immenso. Una ricchezza che può attirarne altra. E contribuire ad aumentare il Prodotto interno lordo. Studi hanno dimostrato che le filiere culturali e creative producono crescita economica, occupazione, innovazione e ricerca, a cui si aggiunge anche il prestigio internazionale.
 Le imprese culturali, poi, hanno un impatto sull’economia del territorio in cui operano, e favoriscono l’inserimento di lavoratori qualificati. Insomma, se si iniziasse a pensare alla cultura come a un investimento, si potrebbe stabilire un circolo virtuoso senza fine.

Rimettere al centro la cultura per favorire la crescita

La realtà è ben diversa perché districarsi nel mondo della cultura è un’impresa.
Rimettere al centro la cultura è invece l’obiettivo di Michele Gerace, consigliere di amministrazione dell’azienda speciale Palaexpo (ente che gestisce le Scuderie del Quirinale, il Palazzo delle Esposizioni e la Casa del Jazz, per conto del Comune di Roma), che crede nella necessità di rifondare una politica culturale in modo che la classe creativa diventi fonte di ricchezza. «La cultura impatta direttamente sulla società», afferma Gerace. «In altri Paesi viene smitizzata mentre in Italia chi vive la cultura spesso lo fa in modo autoreferenziale».

Promuovere la collaborazione

Secondo Gerace bisogna promuovere la collaborazione tra artisti, imprese, istituzioni, istituti finanziari e organizzazioni sociali. Il Palazzo delle Esposizioni si apre alla possibilità di avviare partenariati fra pubblico e privato, oltre a promuovere l’accesso dei cittadini ai consumi culturali.

Nel 2006 il settore fatturava più di 654 miliardi di euro

654 mld di euro in Europa nel 2006

La cultura produce Pil e i dati sono inconfutabili. Nel 2006 il rapporto L’economia della cultura in Europa, preparato per la Commissione europea, dimostrava che il settore fatturava più di 654 miliardi di euro (il settore automobilistico ne fattura 271 miliardi), contribuiva per il 2,6% al Pil dell’Ue, quasi 6 milioni di persone lavoravano in questo ambito e circa la metà era in possesso di una laurea.
Ricerche più recenti parlano di imprese culturali e creative che rappresentano fino al 4,5% del Pil dell’Ue e di 8,5 milioni di posti di lavoro, oltre ad aver dimostrato una resistenza alla crisi. La Commissione Ue ha ora proposto un nuovo programma “Europa creativa” che vuole rafforzare la competitività in questi settori e si pone obiettivi ambiziosi.

Uno stanziamento di 1,8 miliardi

Per il periodo 2014-2020 è previsto uno stanziamento di 1,8 miliardi di euro per finanziare la traduzione di oltre 5 mila libri, supportare 8 mila organizzazioni culturali e permettere a 300 mila artisti di acquisire esperienze internazionali e farsi conoscere in altri Paesi. «Sono 27 Paesi europei, 23 lingue ufficiali e 500 milioni di abitanti», ha dichiarato Michele Rak, membro dell’European panel for the European Heritage label, «ma il numero delle identità culturali è molto più numeroso e bisogna tenerne conto per la costruzione politica dell’Ue che inizia dai centri culturali. Il solo problema è il coordinamento».

Le industrie culturali in Italia

In Italia mancano dati precisi e inconfutabili. Manca una chiara identificazione di identità. Manca una raccolta sistematica di informazioni che deve essere alla base di una programmazione politica efficace. Quando si parla di cultura, ogni istituzione o ente delinea la sua personale visione, ma nel complesso non si ha una definizione specifica di impresa culturale e parametri di riferimento.

Occupazione per 1,39 mln di persone

Una recente ricerca di Unioncamere e Fondazione Symbola, stabilisce che il sistema delle industrie culturali e creative valeva nel 2011 il 5,4% del Pil mentre dal punto di vista dell’occupazione si parla di 1,39 milioni di persone occupate, pari al 5,6% dei lavoratori del Paese. Il problema, come sempre, è che non esiste una visuale completa del sistema paese perché ogni ente o istituzione agisce in modo slegato dall’altro con i propri dati alla mano.

Il sistema delle industrie culturali e creative valeva nel 2011 il 5,4% del Pil

La frammentazione del settore

L’ultima ricerca di Confindustria Cultura, federazione italiana dell’industria culturale, analizza il periodo dal 2007 al 2009. Già qualche anno fa, i dati dimostravano che la cultura ha un importante valore economico. I ricavi risultano intorno ai 20 milioni di euro, si stimano a poco più di 300 mila i lavoratori nel settore artistico e tecnico e circa 19 mila il numero di nuove imprese. Solo che per comprendere quali siano le imprese editoriali, discografiche e multimediali coinvolte, si scopre che Confindustria Cultura raggruppa un campione molto esteso di realtà al punto da includere l’Afi (Associazione dei fonografici italiani) e l’Anes (Associazione nazionale editoria periodica specializzata).

La cultura non è un prodotto

Categorie che ovviamente non vengono prese in esame da Confcooperative, costituita anche da chi si occupa della gestione di musei in concessione o di proprietà della cooperativa, oppure da chi organizza manifestazioni di carattere culturale. Questo è uno dei problemi principali perché la cultura non è un prodotto ma una dimensione che può comprendere diverse realtà e sicuramente un’attività imprenditoriale capace di produrre reddito. Ritornando alle cooperative, i dati dimostrano che in Italia ne esistono 789, con quasi 122 mila soci e 9.900 occupati.

I tagli del MIBAC

Il settore è in fermento e soprattutto non ha mai smesso di operare ed essere attivo sul territorio nonostante i tagli effettuati in questi anni. Se a parole ci sono dichiarazioni di intenti per aumentare gli investimenti nella sfera della conoscenza, nei fatti il Ministero dei Beni culturali ha effettuato una serie di tagli e si è passati dai 180 milioni nel 2011, ai 90 per il 2013-2014 ed è prevista una riduzione di altri 10 milioni per il 2015. Forse manca la consapevolezza che, nonostante tutto, l’Italia rimane uno dei paesi più apprezzati all’estero proprio per un senso di ammirazione che si ha per il suo patrimonio culturale, per l’innegabile bellezza e ricchezza, per quella creatività che connota gli italiani.

L’export della cultura

Ma qual è la situazione dell’export? L’Ice – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane – si occupa soprattutto di editoria, audiovisivi e strumenti musicali. Anche qui non emergono dati omogenei accentuati dal problema che spesso il riferimento è al diritto d’autore, quindi un bene immateriale difficile da tracciare. L’Ice promuove la cultura all’estero attraverso la partecipazione a eventi e fiere ed emerge che la richiesta di “prodotti” culturali italiani è veramente alta. L’Italia è il primo Paese al mondo per la liuteria, un dato che non passa inosservato negli altri Paesi. Trentuno aziende italiane hanno partecipato a un evento organizzato in Cina dove non è difficile vedere bambini di 10-11 anni, accompagnati dai genitori o dagli insegnanti di musica, pronti a comprare violini da 10 mila euro. In Brasile hanno messo a disposizione un centro di 1400 metri quadri a San Paolo per una esposizione di strumenti musicali italiani e favorire performance nate dalla commistione di artisti internazionali.

2013 cultura italiana negli Usa

Gli editori italiani hanno partecipato alla Beijing international Book fair, la Cina si dimostra infatti come uno dei Paesi più interessati all’editoria italiana, in particolar modo ai libri per ragazzi e a pubblicazione culturali come libri di storia dell’arte e guide turistiche. Difficile è il mercato americano, molto chiuso sulla produzione anglosassone, ma l’editoria italiana non riesce ad imporsi anche per grossi problemi di traduzione. Non sono disponibili molti incentivi per la traduzione delle opere, primo passo per l’affermazione di un prodotto editoriale italiano sul mercato estero. Una buona opportunità per avviare collaborazioni sarà il 2013. Anno della cultura italiana negli Stati Uniti.

Martedì, 27 Novembre 2012

Pubblicato originalmente su Lettera43

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